Il laboratorio Sguardi sui Generis nasce all'Università di Torino nel 2010 con l'intento di costituire uno spazio di discussione e crescita sulle questioni di genere. Un contenitore aperto, dunque, che si pone il duplice obiettivo di approfondire la formazione teorica e di favorire, al contempo, l'affermazione di una soggettività collettiva capace di confrontarsi e intervenire sulle problematiche di genere più attuali.

giovedì 24 febbraio 2011

A proposito dell'11 febbraio ed il Popolo della Libertà

Questa storia vogliamo raccontarvela a partire dal suo epilogo. Il giorno successivo alla nostra occupazione della sede del Pdl i quotidiani gareggiavano nel fornirne i resoconti più travisanti, con la trionfale chiosa de La Stampa, a firma Massimo Numa, alla quale spetta senza dubbio la palma dell'arte mistificatoria. Perché cominciare dalla fine e, soprattutto, a che pro assumere come punto di partenza la lente deformante dei media mainstream? Negli articoli che trattavano i fatti dell'11 Febbraio è contenuta la cassetta degli attrezzi di un perfetto détournement ideologico che molto rivela dei dispositivi messi in campo per cercar di sterilizzare il portato politico di una vicenda. Con una puntualità quasi grottesca ne vengono messi a fuoco i nodi salienti ma rovesciati, svuotati di senso. Può essere allora utile ripercorrere a ritroso questa storia, partendo dalla versione che ne hanno prodotto certi professionisti della ricezione organizzata per arrivare a dedurne, forse, l'originario senso politico.


"Non solo donne" secondo La Stampa: dietro l'occupazione della sede torinese del Pdl messa in atto da una cinquantina di compagne ci sarebbe la regia di uomini che coordinavano per via telefonica. Non possiamo dubitare della buonafede di una simile asserzione in pieno Rubygate, quando uomini di potere e giornalisti gareggiano improvvisamente a ergersi paladini di una dignità femminile oltraggiata in modo quanto mai strumentale. Tuttavia sulle labbra di un giornalista essa risplende con la chiarezza illuminante di un lapsus, di una proiezione: quasi a dire, 'scopriamo gli altarini, a chi fregherebbe davvero dell'autodeterminazione delle donne?', facendo implicitamente riferimento ad una sorta di secondo livello politico della questione nel quale risiederebbero i rapporti davvero in gioco. Il retroscena psicologico è naturalmente quello di una rappresentazione ancora una volta minorizzante delle donne, che ricevono da una gerarchia tutta al maschile il permesso di contestare.
Peccato che questo teatrino dei burattini (o meglio delle burattine) allestito dalla fervida fantasia di qualche giornalista collimi ben poco coi contenuti esplicitamente tematizzati dalla nostra azione. L'occupazione della sede del Pdl è stata infatti l'occasione per rilanciare una partecipazione critica al corteo del 13 che sapesse sorpassare l'indignazione moralista di chi si appropria del tema dell'autodeterminazione femminile per fare dell'opportunistico anti-berlusconismo. Una partecipazione che estendesse la propria contestazione a tutto un sistema di poteri che genera e riproduce determinati rapporti di forza e rapporti fra i generi. Una piena rivendicazione, dunque, della non-strumentalizzabilità della nostra rabbia e delle nostre lotte. Decine di donne, studentesse, lavoratrici precarie, universitarie e disoccupate hanno fatto irruzione nella sala conferenze del Pdl con al collo cartelli recanti la scritta "Non ci avrete mai come volete voi" ed uno striscione che riportava "Contro il governo della crisi autodeterminazione delle lotte" che è stato appeso al balcone principale. La reazione dei militanti pidiellini è stata particolarmente aggressiva, col vicecoordinatore Marrone che si è distinto per il suo nervosismo, rimuovendo lo striscione dal balcone e cercando di strappare striscione e megafono dalle mani delle compagne. "Voi non siete donne" è stata la sua risposta a chi gli ha fatto notare in quel frangente l'aggressività con la quale si stava comportando con delle ragazze. Sentenza che fa comicamente il pari con quella di Numa sopracitata, quasi che la nostra simbolica e fisica presa di parola sconvolga ogni coordinata certa della loro rappresentazione del femminile. Rappresentazione che, peraltro, il deputato Agostino Ghiglia ha magistralmente sintetizzato in questi termini: "Siete una presenza gradevole ma poco istruita".
Ecco dunque le varie discorsività messe in campo per marginalizzare una presa di parola: il rovesciamento paradossale in fenomeno di subordinazione di genere (Numa), la negazione d'esistenza (Marrone), il linguaggio svalutante (Ghiglia). Senza dimenticare l'uso e abuso da parte dei media di etichette quali "ragazze dei centri sociali" e "anarchiche" con esplicito intento dequalificante. Prima ancora di rivendicare la trasversalità di una composizione che ha visto unite militanti, studentesse e donne di orientamento politico eterogeneo, i cui percorsi si sono intrecciati nelle lotte dentro e fuori l'università, ci sembra doveroso interrogarci sul senso attribuito a queste parole. Il sottotesto implicito è naturalmente l'equazione donne dei centri sociali uguale donne di serie B. L'intenzione ci sembra quella di costruire ad hoc un immaginario della stigmatizzazione sociale a beneficio del consumatore di cronaca. Un immaginario al quale fare facilmente appello per relegare nella marginalità (e marginalità opinabile) ogni voce critica.
In ultimo, per chiudere questa carrellata di revisionismo mediatico, come dimenticare la teoria dell'"impiegata ferita", sbandierata all'indomani dell'occupazione a giustificazione della brutalità dell'intervento delle forze dell'ordine. Dopo circa un'ora dall'inizio dell'occupazione, infatti, siamo state spintonate giù per le scale da polizia e digos, chiuse in un angolo ed identificate. Quando finalmente ci è stato permesso di lasciare l'edificio, abbiamo trovato ad attenderci fuori dal portone volanti con le portiere spalancate e 5 compagne sono state trascinate in questura dalla polizia, col solerte aiuto dei giovani militanti del Pdl. Una di loro non aveva neppure partecipato all'occupazione ed aveva atteso l'uscita delle compagne all'esterno con polizia e giornalisti. Le ragazze sono state rilasciate in serata, dopo un presidio in via Grattoni, non senza che fosse stato loro sequestato il materiale che documentava quanto accaduto nella sede del Pdl e la condotta dei suoi esponenti di spicco.

Un teorema che si smonta da solo, dunque, e che smontandosi ci rivela qualcosa dei presupposti ideologici e culturali che vi operano sottotraccia. Non possiamo che vedervi confermata una necessità: quella di una presa di parola che miri a collocarsi nelle pieghe sensibili della produzione di disparità politica e culturale, facendovi esplodere le contraddizioni insite. Sempre ben oltre il luogo in cui ci vorrebbero, costipate fra aspettative di gradevole mutismo e rassegnata strumentalità.

1 commento:

  1. Sorge spontanea una domanda: ma il sopracitato giornalista era presente, o la velina (mezzo di controllo del fascismo sulla stampa consistente in fogli di carta velina con tutte le disposizioni obbligatorie da seguire) gliel'ha scritta qualcun altro?

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